[Libro Genealogico]

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coefficiente di consanguineità

Nota sull'uso della funzione

Il coefficiente di consanguineità

Una popolazione di riferimento ben definita (per esempio: una razza suina) può venire selezionata scegliendo gli animali migliori di ogni generazione come riproduttori per la produzione della generazione successiva.

Una selezione spinta riduce il numero di riproduttori, soprattutto per quanto riguarda i verri abilitati alla I.A., ed il basso numero di riproduttori ad ogni generazione necessariamente aumenta la parentela media nella generazione successiva.

E’ possibile limitare l’aumento della parentela media tra gli animali di una popolazione sottoposta a selezione, ma non è possibile fermarlo.

La parentela tra due animali è espressa da un coefficiente compreso tra zero e 2: la parentela tra genitore e figlio è 0,5, tra fratelli pieni 0,5, tra mezzi fratelli paterni o materni 0,25 e così via.

La consanguineità si accumula se gli accoppiamenti tra parenti vengono ripetuti nelle generazioni. Ad esempio, accoppiando un verro e una scrofa che sono figli dello stesso verro e di madri diverse (che sono cioè mezzi fratelli paterni), il coefficiente di consanguineità dei loro figli sarà 0,125. Se però, ad esempio, la madre della scrofa era anche mezza sorella materna della madre del verro la consanguineità dei suinetti sarà 0,140625 (arrotondata a 0,141).

L’accoppiamento di animali tra loro parenti produce prole “consanguinea” (inbred), e la consanguineità (inbreeding) di un soggetto corrisponde alla metà del coefficiente di parentela tra i suoi genitori. La consanguineità è espressa da un coefficiente che può assumere qualunque valore compreso tra zero (nessuna consanguineità) ed uno (massima consanguineità teoricamente possibile, praticamente irraggiungibile).

Il coefficiente di consanguineità indica la percentuale media di loci omozigoti per discendenza. In altre parole, esso indica la quota di patrimonio genetico che un individuo riceve, identico, sia dal padre che dalla madre in virtù del fatto che i genitori erano tra loro imparentati.

Poiché gli animali con elevata consanguineità ricevono lo stesso gene sia dal padre che dalla madre, aumenta la loro omozigosi media. Ciò fa si che gli animali abbiano una minore capacità di reagire agli stress ambientali (oggi si dice che sono meno “resilienti”) e che talvolta addirittura manifestino difetti che altrimenti rimarrebbero inespressi.

Il modo più semplice ed efficace per contenere l’aumento della parentela media in una popolazione in purezza è il calcolo della consanguineità del prodotto prima di procedere all’accoppiamento.

Bisogna però tenere presente che se un soggetto con elevata consanguineità viene accoppiato ad un altro soggetto non parente, il prodotto dell’accoppiamento ha consanguineità nulla.

Nella pratica, se si allarga lo sguardo oltre la razza pura, questo avviene quando si pratica l’incrocio tra razze. Le scrofe ed i suini destinati all’ingrasso sono incroci tra razze diverse: anche se i riproduttori di razza pura (fondatori) hanno alti livelli di consanguineità, le scrofe F1 (per es: LWI x LI) ed i suini da ingrasso (per es: incrocio a tre vie DI x (LWI x LI)) ne sarebbero del tutto immuni.

Altro concetto da tenere presente è che il calcolo della consanguineità si basa (e non può essere diversamente) solo sulle parentele note. Soprattutto per le razze del Registro anagrafico, è probabile che la consanguineità reale sia più elevata, derivando anche da vecchi accoppiamenti tra soggetti imparentati dei quali non è rimasta traccia.

Oggi esistono metodi molto più raffinati per stimare la consanguineità effettiva di ogni singolo soggetto, in luogo di quella media prevista per un dato rapporto di parentela. Si tratta di metodi basato sull’analisi del DNA, e più in particolare sulla verifica del livello di omozigosi in un elevato numero di punti (decine di migliaia) del DNA di un singolo soggetto. Si tratta di metodi utilissimi per stimare la consanguineità “assoluta”, cioè quella accumulata fin dalle origini di una razza, da molto prima che fossero disponibili e conservate le registrazioni anagrafiche. Di solito, queste indagini forniscono valori più alti di quelli calcolabili dai pedigree degli animali.

In sintesi, la selezione aumenta la consanguineità, la quale evidenzia caratteri indesiderati che via via vengono eliminati, e “ingentilisce” i soggetti di razza pura. Tuttavia questi soggetti non vengono utilizzati per la produzione, che è sostenuta da incroci che non hanno alcuna consanguineità (salvo forse qualche reliquia di antiche e sconosciute connessioni genetiche tra le razze impiegate negli schemi di incrocio). E’ bene quindi controllare sempre la consanguineità con la funzione di calcolo sotto riportata, sapendo che i prodotti con alta consanguineità sono più “deliocati”, ma ricordando anche che, se si vogliono “fissare” i caratteri, la riproduzione in consanguineità è inevitabile.

La funzione di calcolo

E' possibile digitare le matricole dei genitori oppure quella di un soggetto, purchè si tratti di suini presenti in archivio. Dopo qualche istante, necessario al calcolo, appariranno tre informazioni: Il coefficiente di consanguineità dei figli dei due genitori digitati, oppure quella del soggetto digitato; il numero totale di progenitori trovati in archivio (genitori, nonni, bisnonni, trisavoli e così via) ed il numero massimo di generazioni a cui è stato possibile risalire (1 corrisponde ai genitori, 2 ai nonni, 3 ai bisnonni e così via).



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